La Primavera esoterica di Sandro Botticelli a cura di Valeria Monti

Antecedentemente a quella che sarà un’illustrazione poco ortodossa di uno dei più celebri dipinti a tempera della seconda metà del XV secolo, si presenta ivi una prefazione contestuale dell’opera che aiuterà i lettori a comprenderne appieno le virtù celate da una luce di riflettori di galleria che nascondono un’analisi differente da quella canonica.

Le mani di questo solerte pittore fiorentino, muoveranno ancora una volta i pennelli su tela quasi alla fine del 1400, più precisamente con l’epilogo, contemporaneamente, della “Congiura dei Pazzi” nel 1478.
Il clima a Firenze può quindi definirsi finalmente più quieto, e dei celeberrimi Medici, Lorenzo “il Popolano”, cugino dell’omonimo detto “il Magnifico”, commissionerà all’artista già avviato, uno dei dipinti che nella storia dell’arte s’è imposto come vivida fiaccola del primo Rinascimento Italiano.

Sandro Botticelli, “fresco” di bottega del maestro Filippo Lippi, ha da meno di una decina d’anni preso le redini delle proprie capacità finemente mettendole ognuna alla prova.
In possesso di colori giusti, e forbiti erbari, in circa quattro anni, ha soddisfatto la richiesta del committente creando un’opera in cui sono disposte e ben riconoscibili nove figure e centonovanta diverse specie botaniche.

Un manifesto idilliaco : una Primavera nel pieno della fioritura.

Ma passiamo, indi per cui, alla scena.
L’opera, tradizionalmente, tende a leggersi da Destra verso Sinistra, e si apre la vicenda con Zefiro, vento e brezza di primavera, che rincorre e feconda Clori, la giovane ninfa.
L’atto di fecondazione, permette a quest’ultima di assumere nuove fattezze e sembianze: il terzo personaggio è quindi il risultato dell’unione dei primi due, Flora, divinità romana della fioritura del futuro raccolto, rappresentata mentre sparge e “restituisce” i fiori al suolo della terra (in questo caso, del Giardino delle Esperidi in cui è ambientata la vicenda).


Tagliano il dipinto la figura centrale di Venere vestita d’un drappo rosso ed abiti casti, Dea dell’Amore e della Bellezza, e Cupido sovrastante, bendato, che scocca un dardo d’amore; entrambi arretrati rispetto al piano.


La sezione di Sinistra si descrive inizialmente con le Tre Grazie allegramente danzanti e prossime a Venere, conformi al dipinto poiché anticamente già legate al culto della Natura e della Gioia di vivere.
Per ultimo ma non meno importante, abbiamo invece Mercurio, messaggero degli Dei e figlio di Giove intento nello scacciare le nubi col suo Caduceo.
Riconosciamo anche quest’ultimo dagli abiti e dai calzari alati che indossa.

Il dipinto, è strutturalmente progettato con un equilibrio non solo geometrico, ma anche simbolico, in quanto si apre e si conclude con due figure maschili, dando una prevalenza centrale alle diverse figure femminili e permettendo perciò
al concetto di “fecondità” di trapelare.
Botticelli ammicca inoltre lo spettatore conferendo alla scena una profondità cromatica e ben costruita con l’utilizzo di una prospettiva centrale.

Spente le luci della galleria, ed allontanato il pubblico affamato di risposte immediate, chi più interessato e non ha invece timore delle ombre, essendo arrivato ad ora, avrà modo di sentire il dipinto permeare di concetti molto più profondi semplicemente osservandolo.
Iniziamo quindi, posizionando l’opera davanti allo specchio: permettendoci cioè di leggerla al contrario di come vuole l’analisi canonica.
La scena si apre con Mercurio, anche Dio del cambiamento, e quest’ultimo viene rappresentato dalle nubi che egli può scacciare decidendo quindi di poterlo iniziare e concludere.
Prendono atto così, l’imperturbabilità e la meditazione delle Tre Grazie danzanti, in cerchio, perfettamente.
Il concetto qui espresso è il pieno abbraccio della concentrazione durante l’annullamento di sé stessi in ambito terreno per tendere a Dio, in questo caso più vicino alla figura della Venere al centro.
Arriviamo quindi a descrivere la protagonista silenziosa della scena prima citata: Venere.
Dividendo l’opera in due, trascende come figura dall’intero dipinto come a volerlo spiegare servendosi inoltre della gestualità.
La mano Destra della Dea, (nostra Sinistra), ha palmo aperto rivolto alla perfezione, all’alto alienante della meditazione ideale e dell’amore (Vedesi infatti le varie rappresentazioni artistiche dell’atto di richiamare attenzione ponendo alta la stessa mano).
Alle spalle di Venere, invece la sua Sinistra (e nostra Destra), possiamo osservare la completezza dell’equilibrio morale voluto dal pittore negli elementi ricorrenti del continuo ripetersi della natura umana e terrena come gli errori perpetuati che allontanano il singolo dalla trascendenza.
Volendo trovare alcune peculiarità artistiche in comune a differenza di pochi anni a seguire, invece, possiamo senza dubbio confrontare l’opera con “La Scuola di Atene” di Raffaello Sanzio (1509-1511).
Non vi è da sorprendersi sull’importanza della gestualità delle mani, perché come ogni altro elemento, è di nuovo estremamente fondamentale per comprendere che in questo caso, Platone, con la stessa mano della Venere primaverile botticelliana, indica il mondo delle idee, mentre alla posizione Sinistra, è lasciata ad Aristotele la responsabilità del mondo terreno.
Tradizione vuole, che le mani, abbiano legate alla Destra la razionalità e più comunemente la scrittura, quindi, la presa in atto della realtà stessa; e alla Sinistra, dagli albori, è destinata la mano del Diavolo, perciò questo ha contribuito al concetto popolare di spaventoso, più irrazionale e quindi istintivo.
Storicamente e nel folklore inoltre la figura della Donna, viene posizionata alla Sinistra dell’Uomo in quanto malfidata rispetto ad egli dinnanzi la società.

Notiamo tra le fronde del boschetto di aranci del giardino delle Esperidi, volteggiare sopra la Venere, il giovanissimo Cupido.
Egli viene rappresentato con la benda tradizionale sugli occhi come a voler citare l’Amore Cieco, sopra i concetti a duello di bene e male.

E’ un amore che muove ogni cosa, e fermenta nell’aria tra meditazione ed esistenza, librandosi sopra il genere umano, bensì tendendo al divino.

E’ inconscio in quanto nella meditazione e nell’esistenza stesse, si rappresenta nel culto e nella dedizione alla spiritualità, a prescindere da quale sia il concetto in cui credere (per questo non escludendo alcuna filosofia). Il suo archetto, è direzionato verso le Tre Grazie, simbolicamente intese come Meditazione, poiché “cieco” l’uomo tende a distaccarsi volutamente e non ,per tendere ad una gnosi superiore.


Comprendiamo che in questo Eden pittorico, l’uomo, concettualmente vi partecipa pur non essendone fondamentale: approdiamo così alla travolgente scena finale della fecondazione di Clori.


Zefiro, non solo viene visto come dolce brezza di bella stagione, ma anche come vento ponente, sopraffattore e piovoso che qui, descritto dal pittore fiorentino, violenta la giovane proveniente dai Campi Elisi rappresentando il caos del mondo in cui egli è la prevaricazione degli impulsi che rincorrono l’umanità ancora innocente (la Ninfa) in un idillio di giardino senza tempo. Flora, come atto compiuto, diventa anch’ella parte integrante di questo microcosmo alimentando quindi un ciclo ripetitivo, come rappresentazione della vita in sé.

Ella, ha in grembo questi fiori strappati, riconoscibili per tipologia, che sparge sul terreno come restituzione alla “madre” terra, sottoscrivendo un circolo ripetitivo in cui cade il tempo, in quanto nel giardino delle Esperidi, esso non esiste attestando che ivi non si muore né si nasce rendendo cioè la situazione una stasi: la vita marcendo nutre se stessa.


Si aggiunge inoltre che Zefiro è un elemento fondamentale per la rappresentazione della primavera poiché agli esordi, secondo i dati storici a noi pervenuti, è una personificazione di un vento violento (nei confronti, in questo caso di Clori) e carico di piogge, cui alimentano quindi la vegetazione; diviene poi mite come una brezza, e messaggero stesso della bella stagione. La foga dell’Accoppiamento e la quiete che ne placa l’atto, divengono rappresentazione infine dell’impulso creativo all’interno del caos e della prevaricazione nell’uomo.
Sandro Botticelli non ha solo creato la rinascita della Natura, ma ha alienato gli elementi caratteristici della pittura alzandoli al divino, tendendo anch’egli a qualcosa fuori dall’umano.

Giunti all’epilogo di questa analisi allo specchio, si può concludere che il modo di leggere le opere va oltre allo spettro ottico di ciò che appare ben incorniciato in gallerie mondialmente celebri come quella gli Uffizi.
Nei secoli, ogni artista ha sempre concepito le opere in maniera estremamente profonda e personale, pertanto possiamo solo essere noi dell’oggi, con una giusta dose di curiosità ad indagare su quali siano i significati più occulti e celati, che con colori e pennelli sono stati messi sotto gli occhi di tutti.

Il senso della vista, non è solamente una questione di immediatezza.

31 Maggio 2020,
Monti Valeria

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