Tributo al poeta colombiano Héctor Escobar Gutiérrez. Un’intervista di Orfa Kelita Vanegas V Prof. Università di Tolima.

trad. Sara Ballini

Lo scrittore di Risaralda Hector Escobar Gutierrez, autore di una vasta opera poetica, di cui è il protagonista essendo riconosciuto come uno dei principali satanisti colombiani (fino ad arrivare, in un determinato momento ad essere qualificato come “Il Papa Nero” a livello internazionale per l’originalità del suo pensiero esoterico e demonologico) ci ha concesso quest’intervista, dove si illustrano aspetti basilari della sua filosofia di vita e dell’essenza della sua opera.

Cos’è per lei il Male?
E’ l’origine di una potenza che risiede nell’inconscio, è la manifestazione del movimento di ciò che è relativo, di ciò che esiste, è la materia, è l’energia. In un certo senso, non è possibile credere che nell’Universo conosciuto, possa esistere qualcosa di diverso dal male; ovvero, l’evoluzione del costante elemento trasformativo delle cose, la violenza degli elementi: tutto quello che arde, in essenza, è il Male.

Nell’uomo il male è la manifestazione dei suoi ricordi primigeni e inconsci, in lui c’è un’immensa fonte di energia sommersa, dove possiamo rintracciare l’intera storia dell’umanità: di quello che è stata e di quella che è stata la storia dell’Universo fin dai suoi inizi. Quest’inconscio recondito chiamato anche archetipico, è la manifestazione profonda nell’uomo di un’energia totale, che lo avvolge, lo definisce; energia che allo stesso tempo si espande nell’Universo e che è tutto ciò che esiste. Con queste premesse, ogni cosa che esiste è “il male”, un elemento che  causa la trasformazione delle cose tramite il caos e i conflitti.

Perché il cristianesimo giudaico ha stigmatizzato il Male?

I primi moralisti e filosofi avevano ragione nel percepire le profonde contraddizioni dell’uomo, si resero conto di questa intima dualità che lo caratterizza. Quindi, la idea del bene come elemento imperativo sul male si accettò come una convenzione sociale, religiosa o morale, per mantenere a freno l’uomo. L’uomo ha bisogno di essere frenato, considerando che si lascia trasportare solo verso il suo inconscio malvagio-distruttivo, e per questa ragione ne viene annichilato. Questa è la ragione per cui la società struttura il bene come elemento repressivo necessario per poter controllare la bestia interiore.

Una delle sue connotazioni di Male nei suoi poemi è la morte violente, piena di sofferenza e dolore, senza speranza di trascendere lo spirito. A cosa si deve questa ossessione?

La morte è la manifestazione del male, nel senso che, quando l’immaginiamo ci troviamo sommersi nel nostro proprio caos interiore e in questo caos interiore non c’è niente di dolce: tutto è esplosivo, tutto è dimensionale e ci supera dal punto di vista psicologico, accarezzando quasi la schizofrenia e lo stato allucinatorio.

Pensa che sia possibile, per l’uomo, una morte serena?

Una morte serena può essere quella a cui si fa riferimento nella Bibbia, la morte del giusto. Eppure, sono arrivato alla conclusione di che questa morte è un infarto fulminante: sarebbe la morte ideale.
In questa morte non c’è traccia di sofferenza, non si attraversa la soglia dell’agonia che è ciò che ci prostra, non rimaniamo sommersi dal terrore.
Anche se Dio non esiste, ne abbiamo bisogno per poter attenuare la concretezza della mortale della vita.
Allora, l’uomo si autosuggestiona riguardo a Dio: un essere che lo salverà, proporzionando stati di placida armonia e crede di entrare un labirinto dove ritroverà i suoi familiari. Si tratta della reazione delle endorfine, un elemento naturale che produce nell’uomo delle allucinazioni calmanti, durante le quali ritrova i suoi affetti per poter attenuare quello che sta per arrivare: la morte.
Tutto questo è solo il frutto del terrore che essa causa ovvero quanto di più tremendo si possa immaginare ovvero la perdita delle facoltà minime e dell’armonia interiore. Il poeta deve essere lucido, deve imparare a gestire una coscienza perfettamente coerente della realtà, delle sue relazioni col mondo ma nella sua realtà interiore deve vivere completamente scoordinato, nel caos, nella rivoluzione.

Che riflessioni fa riguardo alla sua morte?

E’ la cosa migliore che può succedermi, per quanto mi spaventa moltissimo.
In realtà la morte è l’incontro con quello che c’è di nascosto nell’uomo, il profondo niente, dove nemmeno il ricordo di quello che siamo o abbiamo potuto essere ha nessun significato. E’ in quel momento che l’uomo raggiunge la felicità di perdere la coscienza minima che si è dissolta nel niente, o nell’energia, nella materia, in quello che costituisce l’universo come espressione di una potenza latente. Forse è il funerale quello che la gente trova meraviglioso, la manifestazione di un potere o di una forza superiore, ma in realtà non è nient’altro che un fenomeno materiale ad un livello che non comprendiamo, e che attualmente la fisica sta iniziando ad investigare.

Perché nei suoi versi poetici allude ad una morte angosciante, d’esagerata sofferenza? E’ forse possibile che attraverso la sofferenza esistano maggiori possibilità di trascendere?

Do poca importanza ai sogni, che considero nella misura in cui sono accessibili tramite la loro simbologia a tutto quello che è l’uomo, e io a volt sogno che sia possibile trascendere nel momento  stesso dell’agonia…allo stesso tempo penso che l’uomo non abbia raggiunto le qualità necessarie per poter dare questo salto e, per questa ragione, alcuni riescono a trascendere mentre la maggio parte di essi si consuma: questo accade perché è stato detto all’uomo che ha un’anima tata da Dio, ma la verità è che non ha deinito le qualità dell’anima che consiste nel possedere coscientemente un’energia individuale, profonda, cosmica che è la forza che permette nel momento della morte di fare il salto verso un’altra dimensione esistenziale sconosciuta, quello che chiamano il luogo degli spiriti.
C’è anche il privilegio di trasformarsi in un fantasma dopo la morte, io mi divertirei moltissimo passando le mie notti a spaventare i miei amici…

Possiamo misurare in Male in base alla trasgressione?

L’atto più lucido dell’uomo è la trasgressione. In essa stiamo continuamente manifestando un’attitudine e un comportamento che ci dissocia da quello che comunemente si considera come realtà, come morale, come religione: sovverte le cose. In questo mondo Dio, che esista o non è esista, si trasforma in un ipotesi divertente ed è possibile mantenere l’idea di una permanente battaglia: una guerra interiore profonda contro tutto quello che ci viene imposto, contro quello che ci fa sognare, che ci fa credere che l’uomo può essere felice, che l’uomo può raggiungere qualcosa, che realmente possegga qualcosa o che si senta bene.

Da questo punto di vista, la felicità è un inganno. E’ uno stato che l’uomo cerca di crearsi e che si basa o in ideologie o nel possesso delle cose: è possibile possedere cose e goderne anche senza avere la coscienza di che le cose si possono possedere, pensando che per molto che si possieda, nonostante i livelli di felicità che si siano potuti raggiungere, siamo completamente sconcertati di fronte alla realtà che viviamo. Quando crediamo di star bene, è perché siamo addormentati perché la natura della coscienza è quello della continua trasformazione e del disequilibrio che ci permette di comprendere, più o meno, la ragione della sua esistenza.

In che punto si incontrano la mistica maledetta (il Male) o la mistica benevole (il Bene)?
Si uniscono nell’assoluto. Ovvero, quello che importa è la mistica, si verso l’altro che verso il basso; la via mistica del bene è un’aspirazione naturale dell’uomo dentro un sogno, cercando di credere che Dio si occupa di lui o che può dare qualche soddisfazione. Dall’altra parte c’è la lucidità che incontriamo in uno stato profondamente riflessivo riguardo all’irrealtà delle cose e alla continua disarmonia interiore. Vale a dire, l’uomo non è ciò che sogna di essere; ha inventato realtà che considera fondamentali ma che sono solo illusioni dei propri sogni.
Quello che voglio dire è che è necessario vivere uno stato di contraddizione permanente, ardere nella trasgressione: è molto difficile mantenere questo stato perché si tende sempre alla faciloneria, ad accettare le cose, a trovare il lato positivo, e in certi momenti questo rende felici, oltre ad essere necessario. Eppure, quello che considero attitudine definitiva dello spirito satanico è la ribellione permanente: verso se stessi, verso la natura, verso Dio; questo implica un atto cosciente di follia, implica disarticolare tutte le strutture che consideriamo armoniche e prioritarie.

Ognuno di noi concepisce in modo diverso il male, che ne pensa?

Questo deve essere così perché una persona non preparata, non iniziata, che si trovi davanti a questo caos, può perdere assolutamente la ragione, però se si resiste si può acquisire la lucidità della conoscenza, della saggezza.

Tra queste persone che hanno la ragione, possono esserci delinquenti?

Si, ma è necessario non confondere il Male con la cattiva azione sociale: è possibile essere un’assassino ed essere una buona persona, essenzialmente. E’ possibile non essere mai stati in un commissariato ed essere uno spirito demoniaco, perché la cattiva azione non determina il Male: si tratta solo di errori sociali che i codici penali si occupano di condannare…il male è un’altra cosa, il male è una passione dell’anima.

E il peccato?
E’ una coscienza difettosa che ha l’uomo sopra l’autenticità delle proprie azioni, il peccato  è un termine di uso religioso, strettamente coercitivo, giudicante, che in realtà nel nostro caso non ha nessuna importanza perché la verità è che il peccato non esiste. Il peccatore è semplicemente la trasfigurazione negativa che gli altri possono dare ad atti naturali. Quello che è naturale nell’uomo è ciò che ti hanno insegnato a chiamare peccato, e quindi questo non è il peccato, è piuttosto una passione dell’anima, uno stato di estasi mistico nel quale non troviamo la serenità di Dio ma, piuttosto, l’esplosione totale dell’universo.

In questo momento, sente propensione a scrivere poesia?

Mi accadde un fenomeno singolare, prima di conoscere i libri, la lettura, ero un ragazzo distratto e dedicato completamente ad altre occupazioni, lontano dalla vita culturale e accademica. Una volta, sperimentando la marihuana da ragazzini – 15 anni – godevo dei suoi effetti osservando due vecchietti giocando a domino in un negozio del quartiere –Providencia – e così gli osservai…, ad un tratto comincia ad ascoltare una voce speciale dentro di me che mi parlava in un modo molto strano, completamente alieno a quella che era la mia struttura verbale. A molti avrebbe causato una grande paura ma nel mio caso sentì curiosità e ascoltando questa voce…arrivarono le undici, e poi mezzanotte e questa voce si allontanò.
Rimasi molto impressionato da quest’esperienza, fu quasi come una rivelazione, e da quel momento iniziarono a risvegliarsi alcuni interessi molto marcati verso cose che non mi domandavo fino a quel momento e che non mi erano mai importate. In seguito entrai in contatto con amici che fumavano marihuana e che erano più grandi di me ma avevano un certo bagaglio culturale…conoscevano libri, conoscevano Dostoievski, Vargas Vila, e citavano una quantità di autori che anche se non erano molto significativi nel loro senso profondo, si lo erano per le possibili risposte che avrei potuto trovare attraverso di loro in quel momento.
Il gruppo era formato da persone con un’attitudine mentale molto libera che fumavano marihuana per creare un certo spazio di liberazione, dal quale la personalità può creare un mondo più ampio di percezioni e riflessioni… In seguito abbiamo iniziato a ad avvicinarci alle idee politiche, a pensare al mondo dal punto di vista politico… fu in quei giorni che arrivò nel quartiere un personaggio significativo in Colombia che era Ivan Mariono Ospina, uno dei primi creatori dell’M19. A quei tempi era un ragazzo, appena arrivato dalla Russia, e aveva viaggiato per specializzarsi negli argomenti di cui aveva bisogno per fare la rivoluzione qui nel paese, perché questa era la sua passione, era il suo sogno.
Ci riunivamo con lui nel parco: voleva fare proselitismo, che conoscessero i suoi ideali, perché sapeva che nel quartiere c’erano ragazzi che leggevano e per questo si avvicinò a noi e cominciò a parlarci.
Effettivamente, il tipo aveva una preparazione incredibile e ci lasciava esterrefatti per le sue esperienze, ci affascinava parlare con lui, ed era inoltre molto convincente, possedeva molto carisma ed era un leader nato. Fu così che ci integrammo al marxismo dialettico, cominciammo a leggere libri e praticamente si formò una cellula comunista nel quartiere.
Quest’avvenimento ci portò all’ostracismo e quasi alla persecuzione, perché era una quartiere ( e continua ad esserlo) completamente conservatore e cattolico, e questo era in forte contrasto con lui…fino al punto in cui, il prete ogni otto giorni parlava ai genitori di come prevenire quello che si stava creando tra i ragazzi, le idee rivoluzionarie, comuniste… Fu così, che si fu creando in me un’attitudine nettamente atea, in accordo con il marxismo e in accordo con il materialismo dialettico. Nonostante non continuassimo a seguire l’ideologia di Ivan Marino perché ci sembrava che potesse comprometterci, o semplicemente non corrispondeva ai nostri ideali, abbiamo continuato a leggere e a riunirci.
In seguito, nell’ardore della gioventù, fui io a trasformarmi in un intellettuale.
Conversavo ed ero convinto, e allo stesso tempo convincevo, delle mie tesi riguardo al marxismo e all’andare contro la religione che era il peso più eclatante nell’immediato delle relazioni con i nostri vicini…e, in quello stato di convinzione religiosa in cui stava la gente, attaccavamo il condizionamento politico-religioso…e si, io avevo successo come ideologo.
Altre volte mi trovavo con certi mistici che avevano teorie che non conoscevo, dei pensieri che in un certo senso non comprendevo molto bene ma che mi interessava conoscere per poterli confutare…fu allora che iniziai a studiare occultismo e a domandarmi per le conoscenze della Magia. Vale la pena di chiarire che sin dal principio io adottai nell’ambito magico un’attitudine apertamente critica e curiosa allo stesso tempo, riguardo a ciò che è la magia nera, soprattutto mi impressionavano molto e allo stesso tempo mi attraevano moltissimo le opere di diversi maestri dell’occultismo contemporaneo come Petrovna Blavatzky, iniziata nella via spirituale, il sentiero bianco della ricerca interiore che spaventava gli studenti dicendo loro come i maghi neri fossero gli stessi assassini della loro anima. Fu allora che io, meditando al riguardo mi dissi: “questo è il cammino che mi conviene veramente seguire, e mi misi a studiare per realizzare certe pratiche, esercizi vari e ricerche interessanti nell’ambito occulto nelle quali tutt’oggi mi trovo immerso perché si tratta di un campo molto ampio, di conoscenza infinita e che comprende molte delle possibilità che l0uomo desidera avere in un Universo che assolutamente non conosce. Quindi, la Magia Nera è un culto al diavolo, e il diavolo va inteso come l’identificazione dell’uomo con la sua ombra, con l’opposto a Dio. Non si tratta di servire il diavolo ma, piuttosto di esserlo, è come una specie di identità che si ricerca….e ovviamente è trascendentale, la vita è la possibilità di sognare di essere qualcun altro, e in questa ricerca interiore costante è possibile imparare a riconscere dentro la più concisa realtà la possibilità infinita del sogno. Sommergersi in un mare-magnum di immagini culturali che sono l’essenza stessa dell’arte dove lo spazio della mia sfida è la poesia. Io credo che il poeta riesca a comunicarsi con queste forze archetipiche e giunga ad esprimere le sue visioni in un modo più o meno possibile, perché non è un creatore di versi ma piuttosto un visionario, un veggente, come intendeva Rimbaud e tutti questi maghi poeti che anelavano a che il poeta si convertisse in profeta, e anche in veggente. Penso, quindi, che la magia nera sia stata in me una costante permanente, che continuo ad esplorare e comprendere. Non è la via della felicità, non è una filosofia che pretende proporzionare una condizione di felicità dove si accetta la vita, le cose, e che aspetta che un’anima superiore porti alla trascendenza, no. La magia nera, il culto del Diavolo, è una forza interiore che si libera e nella quale tutti gli apparenti centri di identificazione che l’uomo ha con se stesso, che sono il risultato di un sogno, esplodono…si tratta di rompere con ogni codice, qualsiasi significato del mezzo…si tratta di ricostruire un universo, di ricominciare a costruirlo a partire da caos. Solamente vivendo il proprio caos si ha la possibilità di ricostruire il proprio dio, ed è qui che la poesie con la magia pretende convertire il poeta in un dio, per mezzo della processione del logos, che è il verbo e l’elemento organizzatore del caos.

Dal punto di vista letterario, quali sono stati i tuoi mentori?

Principalmente ritengo che tre autori siano stati fondamentali alla mia formazione, tra gli altri.
Divennero per me visionari, mi diedero una misura delle cose, tra loro uno dei libri che più mi impressionò da ragazzo – 25 annu – fu il “Lupo della Steppa” di Herman Hesse, la lettura di questo libro sotto l’effetto di marihuana mi causava stati allucinanti, ed è per questo che lo ricordo con affetto.
Vennero poi i poeti maledetti, principalmente Baudelaire, che marcarono un altro direzione nella visione della modernità per trattare di sistemare il velo della sostanzia stessa essenziale dell’uomo in relazione con il mondo; allora Baudelaire nella poesia e Lovecraft nel racconto e nella filosofia Nietzsche. In seguito mi avvicinai ad altri autori importanti come Aleister Crowley nel campo magico e così, successivamente, questi sono stati un punto di riferimento, il punto di partenza. I tre poeti che riconosco hanno lavorato il poema in senso stretto, diretto dell’osceno e erotico esplicito, sono Aretino, Quevedo e Bafo, un poeta veneziano poco conosciuto.

Tra le persone che le erano vicine, chi ricorda particolarmente?

E’ un po’ difficile perche in genere stava sempre solo, inoltre i pochi che cercarono di avvicinarsi a me impazzirono, perché le esperienze erano molto forti e audaci, tanto che potevano essere realizzate solo nell’estasi della gioventù.
Azcuy teorizza che quando il poeta scrive la sua poesia è in cerca del paradiso perduto. Quello che io interpreto come perdita del paradiso originale, è in certo modo la perdita dello stato dove l’uomo realmente non era ancora cosciente di se stesso, quasi in uno stato di autismo, e la trasgressione si da quando si suppone che il diavolo si presenti alla sua compagna nel paradiso e lo tenti perché provi la mela dell’albero in modo da poter così acquisire la conoscenza e la coscienza di se stessi, conoscendo il Bene e del Male.
Penso che Azcuy ha quindi un’interpretazione perfettamente valida perché queste immagini primigenie di quello che l’uomo potrebbe essere stato in questo stato d’innocenza cosmica, siano tuttavia presenti e possano essere uno dei sentieri per incontrarsi con l’assoluto, ovvero, la via magica della ricerca. D’altra parte, Azcuy, suggerisce l’esistenza della maledizione nella maggior parte dei poeti che tratta ma non sviluppa una vera teoria riguardo a quello che costituisce in questo caso il “maledetto”, il peccato o la trasgressione totale che questi grandi poeti toccavano; e, se c’è da fare chiarezza, i poeti maledetti in generale sono coloro che trasgrediscono, sono i tormentati, sono quelli che vedono la loro realtà e sono quelli che più ci attraggono come mentori e ci affascinano, perché anche noi sogniamo con il paradiso primordiale, con questo stato di innocenza, anche l’uomo pensa ad esso come un pensiero ricorrente irrazionale per cercare di mettere a tacere le proprie paure.
Questo accade perché, una persona che sia più o meno in grado di pensare, si rende conto che tutto questo è finzione, che in realtà sono più le possibilità che ha l’uomo di addentrarsi nelle profondità del male che di riprendere quest’innocenza originale che è completamente persa, perché ormai ha iniziato a pensare da molti anni. Questo modo di vedere il paradiso può essere anche una metafora.

Il poeta maledetto cerca volontariamente l’estasi della caduta quando si avventura in altri piani poetici, però allo stesso tempo sembra recuperare lo stato paradisiaco quando scrive la sua poesia. Sembra, però, che esista qui una contraddizione: potremmo interpretare questo stato originale, come ricerca del male profondo che abita nell’essere umano, come substrato primitivo; essendo così, il poeta maledetto vivrebbe nell’estasi della caduta sentendo che recupera il paradiso perduto, che è il più puro, quello che rivela la conoscenza e il suo livello di coscienza. Cosa pensa di questo aspetto?

Sul perché possa esistere una differenza tra la caduta e la ricerca del paradiso, ho pensato di riprendere  concetti più o meno tradizionali e scolastici di bene e male e considerando le indicazione che la religione proporne per raggiungere questo stato di purezza. Vediamo come il cammino di Dio, la ricerca della perfezione, la mistica del divino, implica un sacrificio e una negazione di quello che è essenzialmente l’uomo.
Quest’uomo comune, per raggiungere Dio e sentirsi come suo figlio, deve negare se stesso, sacrificarsi e benedire la sofferenza come condizione essenziale per la salvazione eterna.
Per un satanista questo è completamente avverso, perché preferisce coltivare il demonio dentro di sé, trasgredendo le leggi divine in modo molto cosciente, e quindi non può permettersi di condannare la licenza, la lussuria. Il vero satanista considera più valido l’esistenza di un atomo di io, della sua libertà, che la totalità di un essere che lo protegge come Dio, perché il vero satanista si allontana, innalza la coscienza dell’io mettendo in discussione la protezione dell’altissimo e aprendo le porte dei sensi agli eccessi, perché solo così il mondo evolve, perché il Bene si spezza a favore dell’esistenza più umana, anche se questo rasenta il Male.

Intanto, la mistica divina promette la contemplazione del divino dopo il sacrificio, il tormento e la negazione di se stessi perché per poter osservare Dio non puoi essere peccatore, né sentire desideri, ne toccare una donna, non puoi farti un bicchiere. Devi vivere in funzione negativa quello che realmente sei, mentre in ambito satanico ritrovi la funzione animale e naturale essenziale di quello che l’uomo è realmente, perché è satanico, nella misura in cui sente l’imminenza dei propri desideri e l’urgenza di soddisfarli come la propria natura. Utilizzando paragoni che fa la gente, si dice che il cammino della virtù sia pieno di spine e torture, mentre il cammino del male sia la via comoda, piena di piaceri.
Se tutti i sentieri conducono allo stesso punto perché contraddire questo cammino.
Faccia quel che faccia l’uomo, tutti arrivano allo stesso luogo, tutti arrivano al nulla.
Non c’è quindi necessità di sacrificarsi per la famiglia, per la società, per niente che meriti essere salvato; allora l’attitudine satanista al riaffermare la coscienza dell’individualità e dell’io, evita la tentazione di credere in un’ideologia  o in qualsiasi religione.
E’ necessario togliere alla ricerca del paradiso la connotazione religiosa e parlare di uno stato primordiale.
Questo non può essere fatto nell’ambito di queste ideologie perché sono dogmatiche, allora tendono a convincere gli altri. Se un credente conoscesse la vera ragione della sua fede questo porterebbe ad una liberazione, e quando smetterebbe di credere nei suoi sogno potrebbe essere anche un uomo pericoloso o semplicemente inutile.

A partire da quando inizia ad utilizzare la forma classica per plasmare il suo pensiero poetico?
Dal momento in cui mi sono reso conto che molta della poesia moderna era dal mio punto di vista un disastro, perché si erano perse le ragioni di ciò che è essenzialmente lirico, delle strutture profonde del verbo…non soltanto dal punto di vista accademico, classico, ma anche per la connotazione magica della poesia che richiede strutture fondamentalmente rigorose per poter raggiungere l’oggetto invocatorio del verbo e l’aspetto magico. Per questa ragione per me questa poesia si fa oggi con poche e contate eccezioni che non hanno un vero senso sostanziale, mi sembra che in una epoca predomina totalmente l’arbitrario, tornare a riscattare i canoni e le forme antiche e tradizionali del verso classico rappresenta l’originalità, perché nessuno scrive così, nessuno può farlo perché si è persa la dimestichezza.
Ironicamente oggi prima del “gorjeo”, qualsiasi persona che senta qualcosa lo esprime in modo arbitrario, è sufficiente che lo striva in modo disarticolato per crederlo poesia, ma non è così che funzionano le cose, è come credere che c’è sinfonia nel ticchetto di una pietra contro un’atra pietra…
Ovvero, l’atto poetico è esigente e per questo non in vano sono trascorsi secoli di evoluzione e di estetica e di conoscenza riguardo alle forme dell’arte come per accontentarsi di queste semplicità poetiche che oggi giorno si scrivono in Colombia e che si presentano come proposte estetiche valide nella contemporaneità.

Dal punto di vista aneddotico, ricordi quale fu il tuo primo poema e su cosa verteva?

Sin dall’inizio aggiustava la metrica e il verso anche se non nel modo tradizionale della sillaba ma piuttosto tramite il conteggio delle lettere. Dopo aver realizzato un lavoro con questo metodo poetico, diciamo matematico, cominciai ad esplorare la poetica tradizionale e mi affascinarono le possibilità ritmiche e d’espressione che si potevano raggiungere attraverso la metrica classica. Anche see con la metrica matematica potevo raggiungere un’espressione di quello che volevo dire, intuivo che mancava qualcosa. Si trattava di integrare il ritmo e avrei potuto farlo soltanto grazie alla struttura classica della misura delle sillabe. Fu allora che decisi di fare un cambiamento nella mia opera i inizia i trasformarla  utilizzando la forma della poesia tradizionale e classica, lavorando su quest’aspetto ogni giorno. Un altro aspetto fondamentale è che si è poeti ventiquattro ore al giorno. Un poeta deve lavorare come un vero artista. Deve vivere in funzione della sua arte. Se non si lavora tutti i giorni come pittore, come musicista, come scrittore, come poeta non sarà possibile raggiungere veramente mete significative.
Non è solo importante avere talento, è necessario contare il tempo e, il tempo, è quanto di più difficile si possa conquistare perche siamo sempre molto impegnati, condizionati dal lavoro, dalla necessita, dagli obblighi e dagli impegni. Per me, essenzialmente, la ricchezza è costituita dal tempo e poter utilizzare il tempo come voglio credo sia la più alta espressione della libertà per dedicarmi alla mia arte, alla mia poesia, per giocare con il verbo.
Se da tutto questo ne risulta un’opera strutturata, valida, significativa…che sia la benvenuta! Per raggiungere quest’obiettivo è però necessario sacrificare ogni cosa.
Quale delle opere che hai pubblicato consideri più significativa?
“El punto y la Esfera”, perche in base a questa metrica matematica ho scritto cinque libri in precedenza, e in questo nuovo libro si esprimono i cambiamenti essenziali riguardo alla forma matematica che utilizzavo in precedenza. Questo libro è totalmente strutturato sul verso classico in endecasillabi e con suoni e euritmie precise che sono richieste dal verso classico. Questo libro può essere, con le sue possibili mancanze, un’espressione  di ciò che ho raggiunto e di quello che voglio dire più concretamente.

Mi parli adesso un po’ del libro “El libro de los cuatro elementos”, che dichiara essere un prodotto della sua iniziazione come mago.

Quando si arriva, in ambito magico, a questo grado di iniziazione al mondo interiore, arriva una prova fondamentale per qualsiasi mago che consiste nella prova dei quattro elementi. Anticamente gli aspiranti alla conoscenza profonda della magia dovevano superare molte prove fisiche a cui erano sottoposti dai loro maestri. Per esempio le prove dell’aria: vivere sulla vetta di una montagna, affrontando il freddo, completamente solo e alla mercé del vento. Quello che si otteneva da questa esperienza era la conoscenza dell’aria. C’era poi la prova dell’acqua, prove di immersione dove si portava la persona al massimo stato di resistenza, e finalmente, ad ogni prova si percepiva il potere di ogni elemento. Così, io compresi che queste prove devono essere vissute internamente. Ovvero, c’è il fuoco dentro di me, e l’acqua, e la terra così come l’aria stessa. Vivere queste esperienze internamente esclude le vecchie iniziazioni  fisiche che tormentavano il corpo con mezzi estremi. Credo che la testimonianza di quello che avevo vissuto e la conoscenza di quello che avevo ottenuto con la prova degli elementi si trovi nel “Libro de los cuatro elementos”.

Quando parla di vivere queste prove interiormente, vuol dire che le vive materialmente attraverso dei riti, attraverso una meditazione?

Si, per esempio: nel sogno sei in alto mare, completamente abbandonato, dopo un naufragio alla mercè dei venti, alla mercé delle onde. E’ un sogno terrificante da vivere, e viverlo internamente include la necessità di rappresentarlo nella realtà.
Per esempio, io ho vissuto l’esperienza del fuoco come qualcosa di molto pericoloso, includendo la possibilità di quello che chiamano reincarnazione. Io stesso mi sono considerato come uno stregone bruciato sul rogo, che fu giudicato dalla Santa Inquisizione, e portato al rogo tra la gente che vociferava e malediceva…accesero il rogo e mi consumai totalmente…mi svegliai in uno stato di terrore spaventoso. Tutte queste esperienze iniziatiche che si monstrano nei poemi le ho vissute internamente e in modo terribile…e se si sanno interpretare ed integrare questi vissuti onirici nella propria formazione, significa che abbiamo vinto questa prova come esperienza formativa dell’essere. Inoltre, tutti gli esseri umani vivono queste prove in un modo o nell’altro, ma non se ne rendono conto. Se si è coscienti e si vivono queste esperienze religiose come qualcosa di reale interiormente, si può acquisire un grado di illuminazione, di conoscenza indipendente dai libri, indipendente dal contesto culturale.
Ossia, la magia in questo senso dinamico è il modo di ottenere conoscenza molto più rapido di quanto possa esserlo attraverso i libri, o per Internet. E’ una rivelazione attraverso la quale si penetra in una biblioteca dove tutta l’informazione è all’interno dell’essere umano, l’uomo è la somma di quello che sono stati tutti gli uomini. Se un uomo, in particolare si rende conto di questo dato, entra nel mistero. Quest’uomo parla con una voce diversa, quest’uomo è un illuminato, è una persona che trasmette un carisma che lo trasforma in un iniziato.
Un’altra delle giustificazioni nell’uso della forma classica per plasmare la poesia è data dalla possibilità di poter dominare questi enti. Se fosse una struttura sciolta, libera…si produrrebbe follia mentre solo così si sottomette l’essenza, come se il poema fosse la formula di un congiuro di queste visioni da cui nasce l’esigenza estrema della forma e del contenuto della lirica.
E’ grazie ai sogni che può penetrare in quest’esperienza dei quattro elementi, ma come arrivano questi sogni?

Nei sogni si coniuga tutto: letture concentrate, meditazioni, rituali, ma nascono così…in un momento stabilito, non sono programmabili, perché sono manifestazioni dell’inconscio, perché la ragione dell’uomo non esercita un atto di controllo su queste forze oscure; si verificano tramite l’induzione, come conseguenza di visioni o per stati deliranti.
Questa ricerca è pericolosa, ecco perché il vero poeta dichiara di dover necessariamente studiare magia: perché altrimenti rimane soltanto la struttura poetica, l’aspetto formale e accademico, può morire e se si priva dei poteri e dei miracoli che il verbo può dargli. In cambio, se il poeta si trasforma in mago come intendeva Rimbaud, prende coscienza e può utilizzare queste visioni fondamentali come elementi plastici per ricostruire la sua realtà e così non essere in certo modo condizionato per un destino cieco anche se l’uomo coscientemente rendere il suo divenire e attuare sulla realtà…
La magia è, quindi, il potere che si ottiene per cambiare la realtà, per renderla poetica in accordo con la proiezione delle immagini che il mago-poeta percepisce.

E’ ovviamente un lavoro difficile, anzi, penso che nessun uomo l’abbia realmente realizzato, ma credo che valga la pena di cercare: nella vita l’importante è la ricerca della conoscenza anche sapendo che non si arriva da nessuna parte. Secondo me, le possibilità che potrebbe avere il verbo come struttura essenziale dell’immagine non sono state scoperte completamente da nessun uomo che nessun uomo a prescindere dall’elevato numen, dall’ispirazione…nessuno è riuscito a sfruttare completamente questa potenzialità.
Ovvero, ancora non abbiamo il potere del verbo: parliamo tramite il verbo, ci esprimiamo tramite esso ma non ne abbiamo il dominio. Vale a dire la possibilità di che, se dico “bicchiere” appaia un bicchiere.
E’ un esempio molto grafico, ricordiamo il creazionismo di Huidobro. Voglio dire che l’uomo in questo sogno, di questa ricerca profonda tratterebbe di recuperare in questo caso non il paradiso del male ma il Dio creatore, il suo verbo. E questo è il massimo sogno satanico, trasformarsi in Dio.

Nella sua gioventù arrivò a immaginare che avrebbe avuto questo stile di vita?

Da giovane non arrivai ad immaginare lo stile di vita che ho attualmente, ma quello che mi sono sempre proposto ogni giorno è di trovare un nuovo piacere e di cercarlo in qualsiasi modo: che fosse tramite la droga, ll0amore, con un amico parlando di letteratura: ho sempre cercato che ogni istante della vita fosse un momento di godimento, tra tutti i miei problemi l’equilibrio è stato molto buono.

Perché non ha figli?

Il vero uomo che si sente individuale in sé, non deve procreare la morte, non deve avere figli e deve imparare a morire in se stesso.

Ci racconti qualche aneddoto significativo relazionato con il Male che ricordi della sua infanzia.

Ero un bambino qualsiasi come tutti i bambini, cresciuto tra i canoni e le norme di una casa cristiana, conservatrice cattolica. Ovviamente arrivai all’età della prima comunione e mi iscrissero a i corsi per riceverla che si tenevano in una scuola che si chamava “La Salle”, dove dovevamo andare per assistere ad un corsetto. A quell’epoca ci facevano fare un lavoro che è quasi un onomastico per compiere con questo sacramento cristiano. Seguì tutte le indicazioni dei Fratelli Marianisti, finché arrivò il gran giorno della consacrazione, ed ero felice perché ero riuscito a terminare il corso.
Ci fecero fare quindi la Prima Comunione nella scuola dei Fratelli Marianisti della Salle che era vicina al parco Olaya; lì, tutti santificati in Dio, nella Vergine e in tutti i Santi, mi sentivo un po’ toccato dallo Spirito Santo. Allora iniziò il rituale, ci fu la messa e tutto quello che ne consegue e poi ci dissero: andate a casa dove sono i vostri genitori dato che ormai siete igli di Dio e di Cristo perché avete fatto la prima comunione. Io uscì con la candelina, quasi ispirato con la medaglia sulla manica della camicia…molto felice…uscì correndo per andare dai miei genitori e dar loro la notizia di che avevo fatto la prima comunione. Per fare prima passai dal quartiere di Mejia Robledo, camminando quasi in estasi, con il cero in mano…molto felice.
Successe che passai di fronte a una casa e mi successe qualcosa di inaspettato.
A quei tempi i pavimenti delle case erano di legno, e gli lavavano con un spazzola, quindi raccoglievano dell’acqua nera che mettevano in dei contenitori, era come fango…fango del pavimento della casa. Io  camminavo – come ho detto – passando di fronte a questa casa e proprio in quel momento la signora che puliva tirò nella strada quest’acqua sporca…e tutta quest’acqua piena di fango mi cadde addosso, mi spezzò il cero e mi caddero tutte le decorazioni ecclesiastiche…ero distrutto, stupefatto…il vestito bianco era ridotto a una macchia di sudiciume…immaginatevi che crisi risvegliò in me…fu uno dei momenti cruciali dov mi dissi: “No, il mio destino è definitivamente essere un angelo nero, Dio non mi vuole, e io farò con lui la stessa cosa.”

In conclusione, chi è il Diavolo per Lei?

Per me il diavolo è il Dio a misura d’uomo. Per me non è mai stato un problema; è il mio miglior amico, in nostro Io intimo, l’essere che più ci somiglia è il diavolo; io lo adottai, l’assimilai, non ebbi pregiudizi cristiani, per me non fu il padre della cattiveria ne del male, no, per me il diavolo è il mio migliore amico. Colui che gode di tutte le mie scarse preghiere, colui che si prenderà la mia anima quando svanisca.

Che hanno pensato i tuoi genitori quando seppero delle tue inclinazioni sataniste?

Quando i miei genitori si resero conto delle mie inclinazioni sataniste, i poveretti non dormivano, erano tormentati. Finché un giorno mio padre mi disse: “Figlio mio, dobbiamo parlare, sua sorella se ne è andata. Sediamoci qui con tua madre perché vogliamo che ci chiarisca in cosa consiste questa fede sua nel diavolo, dato che siamo cristiani, credenti, conservatori e l’abbiamo educato nell’insegnamento di Dio e della Chiesa, ed è venuto fuori con questa storia del diavolo…Eravamo lì seduti intorno al tavolo e dissi: vedete, cari genitor, so che voi siete moralmente buoni perché sia tu mamma che tu papà avete avuto un comportamento senza macchia, siete stati degli ottimi genitori e degli eccellenti cristieni e so che avete quasi guadagnato la salvezza ma osservate una cosa: non si conoscono mai i disegni di Dio e se per qualsiasi disposizione divina finireate all’inferno, vedete io ho là sufficienti influenze personali per proporzionarvi la miglior sistemazione…si misero a rideree tutta la tensione si dissolse…
Dopo, mio padre, che portava sempre le sue candele per i santi, pragmatico mi disse: io credo in Dio, ho le mie convinzioni religioso, ma dato che il mio unico figlio crede nel Diavolo e in ogni modo non si sa mai, allora accenderò una candela a Dio e un’altra al Diavolo. Così trattammo quest’incidente con naturalezza e con umore e non avrebbe potuto andar meglio.
Pereira, adosto del 2004

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