BDSM e Magia Nera

Ci preme ricordare che per BDSM s’intende una pratica che ha tre caratteristiche fondamentali: Sano, Sicuro, Consensuale.
di Miguel Algol
trad. Sara Ballini
Introduzione e fotografia di Nausicaa Morgue

“La Mia Signora era di fronte a me e mi baciava e sussurrava “resisti, sei forte, puoi farcela” …. Io piangevo, ogni lacrima aveva il sapore di una sofferenza pura ma capita e accettata … il mio senso di devozione stava esplodendo. … Finito con le frustate, il Re prese il mio volto mi tolse la maschera e mi asciugò gli occhi per poi coprire nuovamente il mio volto. …” – Nausicaa Morgue


Tra le figure che nell’ambito della magia moderna hanno praticato BDSM troviamo personaggi conosciuti come Aleister Crowley ( per ciò che ci è dato a sapere dai suoi biografi a proposito delle relazioni vissute con Leah Hirsig, Anny Ringler e Victor Neuburd) o Anton LaVey (specialmente nella relazione con Jayne Mansfield, secondo la biografia che scrisse Blanche Barton).
Nella prima metà del ventesimo secolo due autori quasi dimenticati disegnarono due sistemi magici, che furono qualificati come “satanisti”, nei quali le relazioni erotiche di dominazione-sottomissioni avevano un ruolo centrale. Il tedesco Ernst Schertel sviluppò questa prospettiva in vari tra i suoi libri, tra cui Magie: Geschichte, Theorie, Praxis, 1926, Sklaven des Schmerzes, 1930) e Die Peitsche der Sexualität, 1933).
La russa Maria de Naglowska propose un tipo di iniziazione centrata nell’immagine del sacrificio maschile e della dominazione femminile nel suo controverso trattatoLe Mystère de la Pendaison. Initiation Satanique.

Molti membri di correnti magiche nate negli anni settanta del secolo passato, figlie della “rivoluzione dei costumi” del decennio precedente, hanno sperimentato con il BDSM come una delle possibilità di una generica teoria sulla maga sessuale, che naturalmente è stata definita come “tantrica” o “neotantrica”. In questo nuovo contesto molti praticanti dell’area “thelemita” moderna hanno dimostrato essere molto lontani dalla personalità “spaventosa” e provocatrice del maestro Crowley: più vicini a liturgie luminose che a scandali oscuri, hanno preferito mille volte la “messa gnostica” alla “lucidità erotico-comatosa”. Tra gli occultisti contemporanei che hanno trattato il BDSM nei loro scritti sulla magia sessuale troviamo autori come Frater UD, Don Webb o Jaq Hawkins. La satanista Zeena Schreck, la vampira psiquica Michelle Belanger e Stephen Flowers sono andati oltre, abbozzando proposte più o meno concrete che vincolano in modo speciale il BDSM e la Magia Nera, creando uno stile specifico di pratiche magiche che chiamano “sadomagia” o “sado-sciamanesimo”

La relazione tra BDSM e Magia Nera può essere schematizzata graficamente su una linea continuativa che parte dagli aspetti più superficiali e legati all’apparenza (le somiglianze estetiche condivise nella pratica) ad aspetti più profondi e nascosti (la possibilità di includere il BDSM come una pratica magica speciale all’interno della Via della Mano Sinistra).
Cercherò di presentare le tre gradazioni di questa linea.

La prima, più evidente e “essoterica” crea un vincolo tra BDSM e Magia Nera attraverso i rispettivi giochi simbolici ed estetici. In entrambe le pratiche troviamo una drammatizzazione volontaria ed estrema dei desideri: il rituale (nel BDSM potremmo definirlo con quello che si chiama “sessione”).
Sia il BDSM che la Magia condividono la creazione di una dimensione spazio-temporale che esula dal tempo ordinario, è delimitata da un inizio e da una fine e si sviluppa in una drammatizzazione scenica.
Questo non toglie che le relazioni di dominazione-sottomissione possano continuare oltre la “sessione” così come si continua ad essere maghi e streghe nere anche quando termina il rituale. E’ importante sottolineare l’importanza di ciò che accade in quelle “realtà parallele” per entrambe le discipline.
Il rituale è per entrambe le pratiche la pietra angolare che le alimenta e le rende autentiche come legittima caratteristica dell’identità dell’individuo e del suo stile di vita.

Sia il BDSM che la Magia Nera trovano la loro espressione nel “linguaggio” ritualistico e per lo sviluppo di entrambi è necessaria una certa drammaturgia, degli strumenti, un “tempo” cerimoniale, degli abiti congrui e la creazione di un personaggio così come dell’effetto emotivo dell’arredamento, della simbologia intrinseca al mondo interiore dei partecipanti, della pronuncia solenne di determinate parole e, in definitiva, di tutti gli stimoli che caratterizzano l’unicità del “momento rituale”.

Un’altra caratteristica comune sia alla Magia Nera e al Satanismo che al BDSM è, almeno nelle loro forme più conosciute, un’affinità estetica volutamente ricercata, oscura e provocatrice. Il “tempio”, che è pieno di luce negli ambiti buonisti della new age, si converte in quest’ambito in un recondito dungeon dove abbondano maschere inquietanti e abiti neri tenuemente illuminati dalla luce crepuscolare delle candele e dai simboli tenebrosi che possono essere ricercati in qualsiasi tradizione (storica, cinematografica…).
Questi elementi rendono il soggetto parte di un mondo di fluttuante inquietudine che è un ingrediente indispensabile ad entrambe le pratiche.
I sociologi, sinteticamente, hanno concluso e stabilito che sia il BDSM che il Satanismo appartengono all’insieme degli elementi che formano parte delle moderne varianti della subcultura “dark”.

Potremmo certamente trovare altre caratteristiche comuni scavando in profondità nel legame tra BDSM e Magia Nera, che vanno oltre al semplice linguaggio estetico. Per molti autori, l’argomento che tratto in questo articolo è il vero ambito di convergenza di entrambi i mondi: il unto di contatto reale è che il BDSM può risultare “utile” alla Magia. Non sto parlando di un’utilità accessoria e circostanziale ma addirittura di un’utilità che può essere centrale ed indispensabile, facendo la differenza all’ora di quantificare i risultati effettivi.

Dal punto di vista della prospettiva della magia occidentale moderna, il BDSM risulta interessante perché possiede tre caratteristiche essenziali:

  • La creazione di un ambito rituale trascendente.
  • La possibilità di rappresentare un coadiuvante nel raggiungimento di stati alterati di coscienza.
  • L’esercizio del “cambiamento di identità”

Nei tre casi il BDSM è inteso come un semplice strumento, alternativo ad altri metodi, per raggiungere uno scopo che formalmente va oltre la pratica in sé.
Non credo sia necessario in questa sede soffermarsi oltre sull’utilità in ambito magico della creazione volontaria di ambiti paralleli o alternativi all’esistenza quotidiana considerando sono l’essenza stessa del “mondo speciale” de rituale e della sua unicità “spazio-temporale”.

La particolarità della cornice BDSM è data dall’intensità emotiva della ritualità che lo contraddistingue, dall’universo in cui si sviluppa che permette alle persone che vi si immergono completamente di raggiungere uno stato di coscienza non convenzionale che va dal “trance” alla gnosi, aprendo possibilità esperienziali dal punto di vista stregonesco e sciamanico.
Tradizionalmente i procedimenti per scatenare questi stati vengono classificati in due categorie, in base alle dinamiche psicofisiologiche che entrano in gioco: eccitanti e inibitori.
Il BDSM offre nelle sue pratiche tradizionali almeno tre metodi notevolmente utili per l’incremento dell’eccitazione: uno è l’eccitazione sessuale stessa, intensa e permanente in tutta l’esperienza, ed occasionalmente aumentata dalla pratica della negazione dell’orgasmo. Gli altri due sono il dolore e la paura. Non credo che sia necessario sottolineare le possibilità che vengono offerte da queste due sensazioni di raggiungere stati di coscienza inconsueti dato che, come poche altre spingono la “mente razionale” a cedere il passo alla “mente reattiva”.
Balanger scrive di come si amplifichino questi metodi eccitanti, se combinati: “Con questi estremi di dolore e piacere il corpo entra in uno stato di so vraccarico sensoriale, e questo permette alla mente di trascendere le barriere psicologiche del tempo, spazioe e identità”. Per ultimo, non dimentichiamoci che il BDSM offre anche due tecniche che si possono utilizzare come metodo sciamanico inibitore: la privazione sensoriale e l’immobilizzazione.

Il contesto del rituale nel BDSM comporta anche la possibilità di distaccarsi dall’ego e dal contesto sociale in con il quale ci identifichiamo quotidianamente. Chi pratica BDSM disegna ed elabora coscientemente un personaggio in modo molto più profondo e trascendente che un attore perché quest’ultimo rappresenta sempre una persona mentre il praticante BDSM, anche cambiando nome continua a rappresentare se stesso nell’aspetto più autentico della sua identità.
Il gioco che permette il cambio di identità (e se le identità sono profonde e includono un modo preciso di considerare la realtà anche di il cambiamento di paradigmi) permette di imparare a dissociare e riconoscere il Sé (self) profondo e autentico rispetto alle costruzioni culturali dell’ego che sono sempre fragili, rigide e intercambiabili (chi devo essere per “gli altri”). Nel BDSM si sperimentano in molti modi veramente creativi identità differenti permettendo all’immagine che si ha di se stessi di ricrearsi, trasformarsi o negarsi.
Tutte le possibilità offerte dal BDSM nella pratica magica che ho appena menzionato sono state prese in considerazione dai diversi autori della moderna “magia sessuale tantrica” – occidentale, naturalmente – e tutte presentano, considerate in questo modo, un limite evidente: il BDSM termina quando comincia realmente la Magia. Il BDSM è solo un strumento per “preparare” lo stregone, per aiutarlo a raggiungere un livello adatto dal quale mettere immoto le abilità che ha esercitato. Il BDSM relazionato con la magia, quindi si riferisce al bondage, alla dominazione, al sadismo, al masochismo o alla sottomissione consensuali realizzate principalmente con lo scopo di lanciare un incantesimo.
Credo che sia possibile andare oltre e creare un vicolo maggiore ta BDSM e Magia Nera.
Il BDSM non è soltanto un insieme di tecniche propizie per l’esperienza magica ma una parte sostanziale dell’esperienza stessa che si rende effettiva a partire dalla sua simbologia, dalle forze che andiamo a risvegliare ed evocare, della creatività e della profondità del suo proprio sviluppo scenico e drammatico. In questo senso le sessioni di BDSM costituiscono veri e propri rituali di Magia Nera irripetibili.
Il lato oscuro dell’Eros che affiora nella sua pienezza nella sessione BDSM non è soltanto la liberazione da recondite oppressioni cattoliche o vittoriane, è una presenza satanica amorale che proviene dal nostro personale Inferno che anche soltanto con l’esser menzionata non lascia senza ricompensa ai gioiosi alleati del Demonio.

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“Via Sinistra”. Non è l’ennesima scissione del PD. Sull’uso di una terminologia comune.

Nel puro rispetto dell’originale in inglese la traduzione corretta è “Via a Sinistra”, che per una questione di gusto estetico potremmo tradurre come “Via Sinistra”.
Da 150 anni, chi ha tradotto in lingue diverse dall’inglese spesso non ne ha tenuto conto.
Si è creato quindi un problema rilevante: tutta Italia, lingue spagnole, francese, portoghese, hanno usato “MANO SINISTRA” per riferirsi all’ambito di cui stiamo parlando.
Prendiamo prima di tutto in considerazione un dato di fatto: l’ambito di cui stiamo parlando è ormai molto oltre il suo originale tantrico, includendo sottoculture lontanissime dallo spirito originario, per questa ragione utilizzando il termine “Via Sinistra” è necessario definire esattamente di che cosa stiamo parlando in Occidente, nel 2020.
Anche da una questione apparentemente futile e di poco conto può (e deve) nascere un dibattito che permetta ad una realtà dispersa e frammentata nel intangibile mondo virtuale di riunirsi e portare risultati concreti e tangibili nel mondo reale.

Durante l’intera storia dell’umanità sono state le religioni dogmatiche a definire la spiritualità dell’uomo tracciandone un percorso obbligato. Questo metodo si è dimostrato da tutti i punti di vista un fallimento.
Le religioni dogmatiche hanno fallito nei loro scopi e invece di riportare l’uomo alle sue radici, al Paradiso del Dio Padre, lo hanno portato al fanatismo, a guerre sanguinose e all’involuzione sociale sfruttando la necessità umana di riempire il vuoto esistenziale con il quale ognuno di noi, prima o poi, deve fare i conti nell’arco della vita. Le religioni dogmatiche sono state un fallimento perché le loro mete principi si basano su fantasie e idealismi imposti che hanno separato l’uomo dalla sua natura invece che aiutarlo a comprenderla e a riscoprirla, paradossalmente, fomentando l’odio e reprimendo i nostri desideri istintivi invece di permetterne una realizzazione e rielaborazione costruttiva.
I dogmi religiosi ci hanno portato a concetti e valori che ci hanno resi ciechi, a partire dall’imposizione del Dio Unico dalle sembianze antropomorfe.
La religione ha allontanato l’uomo dall’unico “Dio” possibile, se stesso, riuscendo a mantenerlo sotto  controllo a tal punto che nemmeno gli stessi atei materialisti, in molti casi, sono liberi dalle conseguenze da tali trappole psicologiche. Le conseguenze sono di una tale portata da essere profondamente radicate nel nostro modo di pensare e nella nostra cultura.
Questa è quella che, Michael W.Ford (tra gli altri), definisce “mentalità da schiavi”, caratterizzata da una serie di comportamenti codificati che essendo la conseguenza del nostro background religioso complicano la nostra personale ricerca di risposte esistenziali e il nostro diritto ad elaborare un’etica personale, utile ai fini della nostra evoluzione personale all’interno del contesto socio-culturale in cui siamo inseriti nella contemporaneità; questo è possibile soltanto se si è liberi da qualsiasi pregiudizio o stereotipo.
I fini spirituali delle religioni dogmatiche sono, quindi, sbagliati per definizione anche se è innegabile che attraverso di esse (o forse, nonostante) il genio umano non sia comunque morto e si sia espresso raggiungendo risultati artistici, filosofici e anche personali affini alla metodologia delle religioni.
È necessario riflettere se tali risultati siano il frutto del dogmatismo o piuttosto dell’aver vissuto profondamente il misticismo correlato alle religioni. Il percorso spirituale legato al ricongiungimento con un unico essere onnipotente è caratterizzato da metodi e strumenti che sono definiti “di Destra” o “di Mano Destra” e si applicano costantemente a prescindere dal periodo storico.
La “Via Destra” o “Via di Mano Destra” e la “Via Sinistra” o “Via di Mano Sinistra” sono quindi metodi.
Ognuna delle due vie compie con principi e caratteristiche che sono ricorrenti, osservabili nel tempo, ed hanno scopi ben precisi.
Semplificando, il fine della Mano Destra è quello di ricongiungere l’iniziato con il divino o di riunirsi con esso seguendo l’Ordine Naturale o un sistema di regole delineato da un rappresentante, utilizzando lo strumento della Fede mentre il fine della Mano Sinistra è l’Auto-divinizzazione che si raggiunge grazie all’antinomismo tramite la ragione.
Nell’ottica della “Via Destra” l’uomo è imperfetto e questa vita è una sorta di prova che deve essere superata. La “Via Sinistra” cerca invece la separazione, lo sviluppo del potenziale oltre l’ordine naturale, non da niente per scontato e cerca la propria verità.
Ad un certo punto del suo percorso un praticante che abbia acquisito una certa competenza non deve necessariamente limitarsi a queste definizioni e potrà utilizzare dei metodi e strumenti di entrambi se questo l’aiuta ad arrivare al suo fine.
Se consideriamo le due vie come semplici metodi, SCISSI DALLA RELIGIONE, non ha senso che queste etichette limitino la nostra ricerca portandoci a cadere nel paradosso dell’omologazione.
È necessario quindi distinguere queste definizioni in senso sia esoterico che essoterico.
Non tutto è relazionato in modo definitivo e chiuso all’occulto e ad ogni Iniziato di qualsiasi sentiero ne è un esempio vivente. Alla “Via Sinistra” appartiene, nei secoli, chiunque sia andato controcorrente, contro la morale dominante, abbia cercato di superarsi per creare qualcosa di nuovo dal proprio universo soggettivo, dal proprio mondo interiore, senza necessariamente entrare in ciò che riguarda l’esoterico ma ottenendo importanti risultati. Allo stesso modo, nel Sentiero “di Destra” vi furono grandi santi e mistici che cercando l’unione con Dio resero comunque questo mondo migliore dal loro punto di vista. L’approccio esoterico è legato alla spiritualità personale e per questa ragione può avvalersi sia dell’uno che dell’altro sistema.
Sia Flowers che Michael Aquino sottolineano che nella “Via Sinistra” esiste una netta separazione tra il mondo interiore e il mondo esteriore, tra universo soggettivo e universo oggettivo. La “Via Sinistra” teorizza l’interiore e cerca di manifestarlo sul piano del reale credendo o meno nella trascendenza spirituale.
Cercando di mantenere intatta la coscienza personale, che per alcuni è prodotto dell’evoluzione e per altri ha connotazioni divine, è ciò che ci separa dal “tutto” (o dalla “natura”, da “dio”, dalla “sorgente” …), essa per quanto limitata. La natura ha i suoi cicli: tutto nasce, cresce, si riproduce e muore mettendo a tacere la fiamma della coscienza che anima il corpo in vita mentre a sua volta migliaia di cellule nascono e muoiono ogni giorno ed ogni cosa, dalle stelle ai batteri anaerobi, segue questo processo.
La coscienza umana sfida quest’ordine continuamente per estendersi oltre i limiti della vita e della morte.
La “Via Sinistra” cerca, in un modo o nell’altro, di preservare quella coscienza e di farla trascendere: dall’immortalità creativa di un’opera in questo mondo fino al transumanesimo e alla criogenetica.
La “Via Sinistra” è “antinaturale” però allo stesso tempo è il cammino più fedele all’uomo.
Ne esistono diverse scuole e sistemi.
Fondamentale, nella “Via Sinistra” è la Church of Satan, fondata da Anton Zsador LaVey che prende la figura culturale e filosofica del ribelle (dell’Avversario) come stendardo per la liberazione dell’uomo con il suo lato animale senza disprezzarla, godendo di ciò che è materiale senza ipocrisia e limitazioni.
Satana è quindi un archetipo, la figura principale che si adotta per la trasformazione e la crescita personale al quale non si deve nessuna adorazione o sottomissione. L’archetipo è la figura principale che si adotta per la trasformazione e crescita personale e quindi è conciliabile anche con una visione completamente atea.
La divisione tra ateismo e teismo crea comunque un dualismo limitante che, se superato con un razionale atteggiamento possibilista potrebbe aprire (ed ha aperto tramite il Luciferianesimo) nuove prospettive.
Gli archetipi/entità a cui si fa riferimento nella “Via Sinistra”, sono chiavi d’accesso alla conoscenza del potere interiore del subconscio e delle forze caotiche dell’Universo ed è dalla loro incredibile forza, che si fonda nei milioni di anni dell’evoluzione del nostro cervello che possiamo attingere le energie necessarie a grandi cambiamenti nell’individuo che attraverso di esse può arrivare a conoscere se stesso ed a scoprire caratteristiche di sé del tutto sconosciute.
Dalla Chiesa di Satana nacquero molti altri movimenti ognuno con una figura rappresentativa, non necessariamente influenzati da LaVey, a volte contrastanti nell’aspetto superficiale ma fondamentalmente convergenti. Passiamo quindi dal Tempio di Set, all’Ordine del Leviathan (una scissione del Tempio di Set), il Tempio del Vampiro, Dragon Rouge: ordini diversi che utilizzano archetipi/entità differenti, fino all’ONA, all’Ordine del Fosforo (TOPH) che utilizza l’archetipo di Lucifero per accompagnare l’Iniziato nel cammino verso l’auto-eccellenza e l’auto-divinizzazione.
Questo, ad oggi, è la “Via Sinistra” in Occidente.
Una realtà concreta che vive e prospera.

Alla ricerca di Lucifero nella Storia dell’Arte Italiana: l’opera “Eva e Lucifero” di Francesco Jerace.

a Kurtz Rommel che ha ispirato quest’articolo e ne ha resa possibile la realizzazione.
Ringraziamo per la preziosa collaborazione e per la disponibilità Isabella Valente, docente di Storia dell’Arte presso l”Università “Federico II” di Napoli.

Cominciamo il nostro viaggio nel mondo delle opere d’Arte italiane dedicate a Lucifero, con un gruppo in gesso intitolato” Eva e Lucifero” o “Eva e il Serpente”, dello scultore Francesco Jerace (1853 – 1937)
All’Esposizione Universale di Parigi del 1878, giunse rotto (forse la parte dell’ala, visibile nella foto) e fu ripristinato da Vincenzo Gemito, suo compagno di studi e amico, che si trovava sul posto.
Conobbi l’opera di Jerace durante la mia permanenza in Calabria, terra della quale è uno dei geni artistici più noti ed apprezzati anche internazionalmente, ma non avrei mai pensato di ritrovare un riferimento a Lucifero in questo lavoro, oggi scomparso e menzionato in un testo dedicato all’artista dalla Prof.Isabella Valente, che ne è la maggior conoscitrice ( © 2009, http://www.artstudiopaparo.com, Napoli)

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È stata infatti Isabella, docente e ricercatrice presso l’Università degli Studi di Napoli, a permetterne la riscoperta grazie a questa fotografia, che ha stampato su carta fotografica a partire da una lastra di vetro all’epoca di proprietà della famiglia Matafora/Jerace di Napoli.
Ne esiste anche un’incisione, riprodotta su periodico “L’Illustrazione Italiana”, pubblicata nel volume citato.

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L’opera rappresenta Eva, adolescente, innamorata di Lucifero, che a sua volta è tentato da lei.
Raffigurati insieme in un abbraccio, alludono più palesemente all’accoppiamento carnale, che i due consumano in un atto d’amore illecito. Si potrebbe ripensare al classico episodio di Eva tentata dal serpente, ma il fatto che qua vi sia Lucifero nella sua forma angelica riporta alla tradizione ebraica, più che a quella cristiana: nello Zohar si narra che effettivamente Eva e Lucifero si unirono.
È molto probabile che Jerace conoscesse la tradizione ebraica sia per formazione culturale personale, sia per l’influenza della moglie, la Baronessa Vittoria Eisner-Von Eisenhof, appartenente ad una delle più importanti famiglie ebree dell’epoca. Viene quindi naturale immaginare che abbia voluto rappresentare uno degli episodi più importanti dello Zohar, distaccandosi dalla “solita” iconografia cristiana del serpente.

Nello stesso anno (1878) il noto pittore Domenico Morelli, del quale Jerace in quel momento seguiva la strada fatta di verità e fantasia (il suo “verismo storico”), eseguì il dipinto “Le tentazioni di Sant’Antonio”, poi esposto alla IV Mostra Nazionale di Torino del 1880, dove fu applaudito.
Il dipinto di Morelli s’ispirava all’omonimo romanzo di Gustave Flaubert (la cui versione finale è del 1876), allineandosi a un filone erotico-sensuale della letteratura e dell’arte in voga soprattutto in Francia (pittura e scultura ne sono pieni).

E’ possibile quindi che Jerace, nel delineare i tratti di un soggetto già abbastanza difficile quale era quello proveniente dalla cultura ebraica, ed assai scandaloso per i canoni morali dell’epoca, fosse stato indirizzato o condizionato dal maestro Morelli, realizzando il suo gruppo scultoreo secondo un canone che proprio a Parigi avrebbe potuto trovare consensi ben maggiori che non in Italia.
Produsse quindi un’opera di significato profondo e persino scomodo per la morale cristiana, conformandosi alla scultura francese del tempo, ricolma di figure di donna nude, simboliche, spesso ambigue e pervase di un erotismo elegante e raffinato.

Quest’opera è importante anche sotto l’ottica luciferiana: infatti dall’unione di Eva e Samael (a posteriori, identificato con Lucifero) presentata nello Zohar verrà generato Caino.
Per dovere di precisione è anche utile ricordare che, a partire dal periodo amoraico (III secolo a.C.), Samael fu identificato con Satana. Nell’apocrifa Apocalisse greca di Baruc (4,9) viene chiamato Sammuel, e viene raccontata la storia in base alla quale egli diventò Satana: piantò la vite che causò la caduta di Adamo, e per questo venne condannato ad essere Satana. Al di là di queste considerazioni è da lui e dalla sua stirpe, considerata malvagia, che inizierà la dannazione dell’umanità: dopo il cosiddetto “peccato originale”, avendo ormai la conoscenza del bene e del male, quindi il libero arbitrio, l’essere umano inizierà a vivere dedicandosi all’azione, all’autostima e all’amore per se stesso, concetti che saranno considerati la causa della sua dannazione, e che invece sono tra i principi fondanti del luciferismo.

I real Vampires e forme di vampirismo di Stefano Bordogni

In genere comunemente, conosciamo solamente i vampiri del folklore e quelli cinematografici. Però, ogni leggenda ha il suo lato nascosto di verità. Infatti, esistono persone comuni che per le loro caratteristiche particolari che ricordano vagamentre i vampiri del folklore vengono definite Real Vampires.
Queste caratteristice sono:
– Fotosensibilità o sensibilità elevata alla luce solare
– Temperatura corporea inferiore alla media
– Polso radiale impercettibile
– Sensi più sviluppat
– Forte empatia
– Iperattività notturna
– Occhi cangianti
– Capacità ESP
– Fabbisogno fisico energetico
Ovviamente queste persone non hanno a che fare con esseri immortali che brillano e dormono in bare, non sono strigoi.
I Real Vampires sono individui che necessitano di sangue o di altri tipi di energie per stare bene fisicamente, mentalmente, ed emotivamente. Non sono esseri sovrannaturali, come vengono raffigurati in film e libri, ma semplicemente persone con bisogni energetici diversi. L’essere umano medio continuamente scambia energie con il mondo esterno e con gli altri individui che ne fanno parte in modo completamente inconscio; il Real Vampire, per stare bene, non solo necessita di questo scambio inconscio, ma anche di una ricerca ed un assorbimento conscio di energie esterne che prende dal sangue o da altre fonti.
In base a quali altre fonti necessitano di prendere energie si dividono in:
• Sanguinari – prendono energia dal sangue
• Vampiri psichici o Psi -Prendono energia dalla psiche di altre persone
• Elementali – prendono energia da fonti climatiche e della natura
• Ibridi – prendono energie da più fonti e non da una in particolare
Andiamo ora ad analizzare nello specifico queste categorie;
I Sanguinari traggono le energie di cui hanno bisogno per il loro benessere, appunto, dal sangue. Il sangue stesso contiene l’energia dell’individuo dal quale viene prelevato. Non a caso il sangue viene chiamato anche Linfa Vitale da molte culture nell’arco della storia e nel campo esoterico viene spesso usato come channeling delle proprie energie per arrivare ad uno scopo predefinito. Bere sangue animale non sempre aiuta i Real Vampires dato che dà solo un effetto placebo; l’energia presa dal sangue animale è solitamente energia residua e morta, non compatibile con quella dell’uomo, per questo i Sanguinari preferiscono bere sangue umano da donatori adulti e sopratutto consenzienti. Solitamente un Sanguinario assume dalle poche goccie di sangue ad uno o due cucchiai di sangue per volta, ma abbiamo comunque incontrato chi dice di berne di più. La frequenza con cui un Sang si nutre è soggettiva, c’è chi ne ha bisogno ogni settimana e chi invece può aspettare per periodi più prolungati di tempo.

Gli Psi Vampiri traggono le loro energie da fonti più sottili rispetto ai Sanguinari. Spesso vengono confusi con il termine medico “Vampiro psicologico”, che è un individuo con comportamenti abusivi che gode del malessere altrui provocato dallo stesso.
Gli Psi si nutrono di energia psichica, solitamente da donatori consenzienti ma anche da gruppi di persone

Il vampiro elementale è una persona che si alimenta dagli elementi naturali come la terra stessa, il fuoco e anche dall’aria. Questa forma di vampirismo si diffonde anche nelle comunità esoteriche e si alimentano da tutte queste fonti elementali per lavorare nelle loro attività ritualistiche.

Vampiri Ibridi: questo genere di Real Vampire si nutre sia attraverso il sangue che attraverso altre fonti. Essere un ibrido non significa che si abbia la possibilità di scegliere quale fonte di energia utilizzare per nutrirsi, ma che si ha il bisogno sia di sangue sia di altre energie sottili. Questo vuol dire che si hanno due tipi di sete da colmare; soddisfarne una può aiutare a calmare anche l’altra, ma non a soddisfarla completamente. Molte comunità estere considerano questo tipo di vampiro il futuro dei Real Vampires, anche se c’è ancora qualche scettico al riguardo.

Quali sono le cause del vampirismo reale?

Purtroppo, ad oggi non esiste alcuna teoria comprovata dalla medicina ufficiale. Tuttavia diverse comunità vampiriche internazionali, hanno avanzato alcune ipotesi basandosi su studi statistici di persone che hanno questa condizione.
Le teorie sulle cause del vampirismo sono molteplici; purtroppo molta gente confonde questa condizione con la Sindrome di Renfield, altri ancora con la Porfiria, ma come ho scritto già in altri articoli, i sintomi di queste due malattie sono ben diverse dai sintomi del Real Vampire. Purtroppo ci sono anche persone che credono, senza basarsi su alcuna conoscenza, che si tratti di una condizione dovuta ad un disturbo mentale, allo solo scopo di giudicare in modo bigotto il vampirismo. Alle volte questi giudizi arrivano da persone che non sono nemmeno così estranee al mondo esoterico e forse questo è ciò che rattrista di più.
Fin’ora le due teorie più accreditate, ma ancora senza alcun riscontro, sono: la teoria del Retrovirus V5 detto anche VHerv, e la teoria sulla mutazione genetica, detta anche “Prione vampirico”.
Retrovirus VHerv/V5:
Questo virus, secondo ricerche eseguite da diversi studi americani e spagnoli quali; Voice Of The Vimpires Community e Sanguinarius, esso sarebbe un retrovirus endogeno che potrebbe esserci possibilità di contagio con comportamenti considerati a rischio. Tuttavia viene anche specificato in alcuni siti web che trattano questa teoria, che se veramente fosse così, tale agente patogeno dovrebbe certamente avere una scarsissima virulenza e dunque attecchire soltanto se il soggetto in questione è geneticamente predisposto.
Prione Vampirico/Mutazione genetica
Questa teoria si bassa sull’aver ereditato geneticamente un’infezione alterando il sistema immunitario e mutando le caratteristiche tipiche di un normale essere umano andando ad intaccare la struttura del DNA . Il tutto potrebbe essere nato da una o più persone nate con un difetto genetico. Sempre secondo questa teoria, tale prione avrebbe la peculiarità di ricostruire le cellule più velocemente e quindi causare una cicatrizzazione più immediata dei tessuti cutanei rispetto alla norma.
Questa alterazione, si dice, può portare ad avere una vita longeva. Alcuni sostengono che solamente le donne portatrici possono trasmettere geneticamente questa infezione.

In quanto appunto non si hanno prove mediche inconfutabili di queste teorie, sarebbe sciocco prendere posizioni su quale di queste teorie sarebbe quella giusta. Si spera che in breve tempo ci siano studi più qualificati e approfonditi.

Per qualsiasi informazione approfondita, si consiglia di accedere al sito web: https://iltempiooscurotheofficialcommunity.wordpress.com/

Claudio Marucchi, il suo percorso esoterico, l’opera “Daimon”: un’intervista a cura di Francesca Lingesso.

Claudio Marucchi nasce a Torino, si è laureato in Religioni e filosofie dell’India e dell’estremo oriente, presso la Facoltà di Filosofia. Scrittore e studioso di materie esoteriche, ha scritto diversi libri che trattano svariati argomenti, dall’ermetismo al misticismo orientale e occidentale.

Tra i suoi testi citiamo: “Il Tantra dello Sri Yantra”, “I Tarocchi e l’albero della vita”, “Daimon”.

In questa intervista cercheremo di approfondire la sua conoscenza integrando una recensione del suo libro “Daimon”.

Prima di iniziare con le domande vorrei ringraziare Claudio per la sua disponibilità e gentilezza che ha dimostrato quando gli ho proposto di fare questa intervista.

Ho letto il libro Daimon e sinceramente l’ho trovato entusiasmante fin dalle prime righe di quando racconti la tua infanzia narrando il tuo primissimo approccio con quel mondo “magico” scaturito dalla mente di bambino con un’immaginazione molto fervida. Nel leggere quello che tu stavi raccontando mi sono rispecchiata in molti punti. Credo che ogni lettore interessato all’esoterismo possa trovare punti in comune dal tuo testo. Potresti definire Daimon un libro autobiografico?

Grazie per l’opportunità di questa intervista e per le parole sul mio ultimo libro. “Daimon” ha un taglio autobiografico solo in apparenza, ovvero come escamotage. Il tenore autobiografico in realtà fornisce una scusa per riflettere su esperienze che, come spesso accade in ambito magico, vanno lette alla luce del soggetto che le vive ed interpreta, quindi difficilmente possono essere slegate dal proprio vissuto. Più che un libro autobiografico o autobiografia, è un saggio sulla magia filtrato dal tono autobiografico, che rende più efficace e meno astratta la lettura. Abbondano manuali in cui si dice che cosa si debba fare per ottenere determinati risultati (quali pratiche, quali esercizi ecc), ma scarseggia del tutto una letteratura in cui si racconti che cosa è accaduto dentro il soggetto dopo aver condotto tutte queste pratiche. In Italia è pieno di manualistica, ma c’è una lacuna enorme sui resoconti che descrivano “da dentro” i risultati. Inoltre si trattava di una sfida: coniugare un taglio narrativo, tipico del racconto in prima persona, con un registro saggistico, cosa alquanto inusuale e per certi versi non semplice da rendere in modo equilibrato. Ho scelto quindi di privilegiare la narrazione autobiografica nella prima parte, intervallandola a riflessioni in pieno stile saggistico, e rovesciare lo schema nella seconda parte, dove prevale l’approccio saggistico, inframezzato da resoconti di esperienze personali nuovamente in linea con il taglio narrativo. Come esperimento pare sia riuscito, a giudicare dalle opinioni dei lettori, e io stesso sono piuttosto soddisfatto del risultato. Ho cercato proprio di rendere un effetto specchiante, puntando su esperienze che, pur essendo proprie, potessero essere simili o addirittura uguali a quelle di molti altri ragazzi e ragazze che hanno poi finito per interessarsi, non casualmente, di temi legati all’interiorità, qualunque sia la declinazione (spirituale, magica, mistica, ecc). Ecco che moltissime persone si sono ritrovate ora in un’esperienza, ora in un’altra, avvertendo un maggiore coinvolgimento e scoprendo che non si è così “soli” nel cercare e vivere determinate situazioni.

Nel libro racconti dei giochi che facevi con i tuoi compagni, dei veri e propri giochi di ruolo che vi trasportavano in un mondo fantastico, quando hai capito che il velo tra immaginazione e magia in realtà non esisteva?

In realtà da bambini noi non avevamo affatto chiara la distinzione tra immaginazione e realtà, per noi era reale, sicuramente era “magico”, ma molto reale. Immaginazione, magia e realtà erano un unico complesso, un unico mondo con le sue fasi, come il giorno e la notte. Avremmo potuto rischiare, in termini di stabilità mentale, proprio perché nessuno l’ha preso per un “gioco”, anzi era maledettamente serio. Almeno fino alla fine delle scuole medie è stato così. La distinzione tra i due regni, e la consapevolezza che per il cervello umano non esista differenza tra realtà vissuta e realtà immaginata, è venuta molto tempo dopo, quando quella condizione spontanea e naturale stava già affievolendosi di fronte all’edificazione della razionalità. Questo ci ha permesso una riflessione a posteriori che serviva non solo a spiegare ed interpretare i fenomeni magici che ci avevano coinvolti, ma soprattutto a “contenere” l’energia debordante di quel “logos”, che avrebbe finito per travolgere il nostro equilibrio psichico. Non dimentichiamo che essendo all’epoca un piccolo gruppo, si creò una vera e propria eggregora, nutrita da anni di emozioni e pensieri forti, intrecciata ai nostri inconsci come in un “micro-inconscio collettivo” del gruppo stesso, con effetti che condizionavano i nostri comportamenti.

L’adolescenza è una fase di ribellione che ogni individuo sano dovrebbe attraversare, nel tuo libro parli di “distruzione” e “vuoto”, una sorta di morte interiore. Hai vissuto la tua adolescenza in un’epoca dove non esisteva tutta questa informazione libera sulle materie esoteriche, quando hai scoperto questo “mondo occulto” hai visto una possibilità di rinascita al di fuori degli schemi dell’epoca?

Quegli anni (i ‘90) avevano il sapore di fine dei tempi, il nuovo millennio alle porte trascinava con sé un senso di morte-rinascita che moltissimi presentivano a livello più o meno conscio. L’estetica del nero affascinava diversi ragazzini: il metal, la morte, l’odio, la voglia di apocalisse, il nichilismo dionisiaco. Tutte fascinazioni che derivavano da un pulsare profondo dell’ombra. L’esoterismo o la magia erano diretta conseguenza dell’ascolto e della traduzione dei testi musicali dei gruppi black e death metal. Ma all’epoca il reperimento di un’informazione era faticoso, libri in biblioteca, passaparola, riviste underground. Molto più lento come processo, ma decisamente più affascinante e a modo suo “potente”. Più che di rinascita, noi eravamo tentati da una visione di distruzione degli schemi. Sentirsi reietti aveva i suoi vantaggi, soprattutto se i reietti si potevano unire in piccoli gruppi, avendo la sensazione di poter far esplodere un sistema percepito come morente, decadente, prossimo alla fine. L’adolescenza è l’età delle assolutizzazioni, quindi eravamo “assoluti” e “totali” in ogni nostro pensiero, parola ed azione.

Uno degli argomenti che mi ha colpito nella lettura è stato il tuo approccio allo yoga e alla meditazione, descrivi l’enorme impegno e disciplina che ci vogliono per cimentarsi seriamente in queste pratiche. Il rischio di rimanere “imbrigliati” nel perfetto autocontrollo in certe pratiche a volte può essere controproducente. Quanto ti hanno aiutato in questo percorso queste discipline e fino a che punto bisogna esserne dipendenti?

Rifarei gli stessi step oggi come oggi, magari con una gestione diversa delle tempistiche. Lo Yoga e la meditazione forniscono un formidabile scafandro con cui diventa poi possibile avventurarsi con più sicurezza nei territori oscuri dell’interiorità, abbattendo i rischi di bruciarsi. Al contempo però non allenano all’espansione delle singole emozioni (soprattutto quelle sgradevoli come rabbia, tristezza, paura), finendo per diventare un sedativo degli aspetti negativi in cui è invece necessario immergersi profondamente, senza aspettare che sia la vita a fartelo fare a forza. In questo è importantissimo che lo yoga venga affiancato alla magia, alle pratiche più “spinte”, per evitare proprio di finire come ho descritto nel libro, ovvero imbrigliati da un sistema di autocontrollo molto rigido. Ho cercato di rendere a parole, nel libro, le sfumature che la psiche vive nel praticare assiduamente lo Yoga e la meditazione. Nessuna dipendenza in tal senso dovrebbe essere concessa.

Sei entrato nell’ O.T.O. più di vent’anni fa, quanto ha influito nel tuo percorso personale di vita e di trasformazione?

Il percorso iniziatico nell’Ordo Templi Orientis ha influito in maniera enorme e determinante per tutto il processo di trasformazione che ho vissuto e che ancora vivo nel corso degli anni. Una formidabile esperienza formativa. E’ chiaro che un modello iniziatico non sia né adatto a chiunque, né l’unico, il solo, il migliore possibile. Ogni persona è una via, ciascuno scelga a cosa appoggiarsi, o se non appoggiarsi a null’altro che se stessi, perché è più importante costruirsi il proprio cammino che tediarsi a stabilire se esista una via migliore o superiore alle altre.

Parliamo del Daimon interiore, lo potresti definire una sorta di maschera deifica che noi indossiamo oppure è solo un essenza della nostra natura che non si può intercambiare o far evolvere?

Difficile rispondere: Daimon è un nome-scusa, nel senso che serviva una parola per dare un nome a qualcosa che mette in contatto la propria natura profonda, unica e irripetibile, con qualcosa che trascende quella natura. Avrei potuto scegliere nel novero di terminologie orientali, ma noi siamo occidentali, e Daimon mi sembrava adeguato come nome, visto che in origine rappresentava proprio un tramite tra il nostro mondo e quello divino, quindi un ente esterno, poi viene gradualmente interpretato in maniera sempre più psicologica, fino al suo pieno recupero da parte di autori come James Hillman. Più che di definire il Daimon oggi come oggi, dovrebbe interessarci entrare a contatto con quella componente di confine, che parla di sé al mondo esterno, plasmandolo e accordandolo a ciò che Crowley avrebbe chiamato “vera Volontà”, e che porta il mondo a plasmare il sé, fornendo filtri interpretativi con cui costruire la propria percezione di realtà, con cui armonizzarsi al fenomeno naturale e culturale in cui siamo immersi.

 

Racconti varie fasi della tua evoluzione tramite pratiche e rituali, tra cui anche la magia sessuale, quali di queste pratiche ha influito di più nella tua evoluzione spirituale?

Senza ombra di dubbio la sessualità, che nelle sue forme magiche diventa un universo in continua trasformazione. Ho ricondotto ogni magia cerimoniale, ogni forma di meditazione, ogni possibile accesso all’interiorità o a flussi di informazioni esterni alle pratiche della magia sessuale. Da una dozzina di anni è il mio unico modus operandi, e per ciò che sono e come sono fatto, è il metodo migliore per me.

Ti definiresti un esoterista o piuttosto un filosofo?

Nessuno dei due. Sono un uomo libero, che studia e pratica, cercando soprattutto di divertirsi.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ho molta carne al fuoco, nuovi libri, conferenze e seminari in giro per l’Italia. A Milano a fine ottobre esordisce la Scuola di Magia e Filosofia, condotta con successo a Roma lo scorso anno (2018-2019). Mi sto interessando a nuovi concetti come quello di iper-realtà, che forniscono nuove chiavi di lettura anche in ambito magico, e da quel fronte potrete aspettarvi qualche novità. Per il resto continuo a cercare di godere delle cose dei sensi, per non dimenticare che abbiamo un debito nei confronti della materia, tradita da millenni di spiritualità sviluppata contro il mondo, contro il piacere e contro la materia. Riappropriarsi del rapporto con corpi, fluidi, odori e sapori, per me è una chiave importante. E continuo a seguire il flusso…

 

 

“I Sigilli di Daemon”. Seconda intervista a Daemon Barzai Partucci di Jovick Man

Incuriositi dai sigilli che realizza il Mago Draconiano, siamo nuovamente andati a disturbarlo creando un’intervista che magari creerà un dibitattito nel panorama esoterico italiano. Ognuno è libero di sviluppare il proprio percorso spirituale nel modo più coerente con la propria identità, sicuramente la visione di chi pratica un percorso di Mano Sinistra dal mio punto di vista deve essere simile a quella che esce da questa intervista, ma questo è il mio personale punto di vista…
ad ogni modo iniziamo con la prima domanda
I tuoi sigilli hanno caratteristiche abbastanza singolari, tutto deriva dal lavoro fatto con l’entità oppure c’è qualche elemento che appartiene ad una tradizione?
Tutti i miei sigilli sono ispirati dal mio lavoro magico, molti dei quali traggono ispirazione ricorrente per la divinità. Non provengono da una tradizione puntuale, non sono stati lasciati in eredità da nessuno. Possiamo dire che sono una creazione originale che viene canalizza attraverso diversi rituali.
Hai il piacere di esaminarne uno in particolare insieme?
Certo scegli quello che attira la tua attenzione e lo vediamo in dettaglio.
In questo sigillo, come spesso si vede nei tuoi sigilli c’è l’organo di riproduzione femminile, ci puoi dire se il ripetersi di questo ha una valenza precisa?
Naturalmente, la corrente femminile costituisce una parte essenziale della mia spiritualità personale, le dee oscure, in particolare Lilith, mi hanno guidato dai miei primi passi sul Sentiero Draconiano e nel viaggio attraverso la Qlipoth. Questo simbolo mi è venuto in mente molti anni fa, è venuto dalle mie prime esplorazioni nella Qlipha di Lilith: The Woman of the Night, e dal lavoro con il diavolo Naamah, che mi ha mostrato il suo sigillo e mi ha ispirato a crearlo. Nel sigillo troviamo diversi elementi, da un lato abbiamo le lune, quelle che rappresentano la notte primordiale, l’oscurità, il nascosto, l’inconscio, la magia, il mistero, la stregoneria e così potrebbe continuare. L’elemento successivo è il fuoco, che in questo caso è collegato al potere del drago e al fuoco interiore che l’iniziato deve imparare a illuminare dentro di sé per illuminare il cammino della notte. Il triangolo invertito, cioè con la punta rivolta verso il basso, è il simbolo alchemico della terra, che governa Naamah nell’Albero delle Ombre. Il pentacolo si riferisce non solo al potere che scende verso l’uomo, ma è anche collegato ai misteri della stregoneria oscura, in cui del resto, Naamah ha un grande potere e dominio. Infine, troviamo la Vulva, un ovvio elemento femminile, ma è anche collegata al viaggio attraverso i regni della notte, è con la guida di Naamah che attraversiamo la prima Qlipha, che è frequentemente inserito astralmente attraverso una grotta, questa ha la forma di una vulva ed è con il suo fuoco che accendiamo il fuoco che illumina i nostri passi. Questi sono solo alcuni dei possibili sensi di questo simbolo e, naturalmente, ogni mago può trovare il proprio.

Fra gli studiosi e praticanti esoterici c’è una divisione forte frra chi vede questa tua ultima frase “ogni mago può trovare il proprio” come un’eresia e chi invece come una via maestra. Nei tuoi sigilli c’è la consapevolezza del tuo percorso, non è detto che tutti lo riescano a percepire… ma tu come vedi invece chi riesce ad usare solo sigilli non frutto di questo intenso lavoro interiore?

Essendo una persona di mentalità aperta, ritengo che per ognuno di noi, il viaggio sia qualcosa di unico, abbiamo tutti i nostri tempi e ognuno deve imparare a trovare ciò che è utile per se stesso. Non penso che ci siano verità universali, piuttosto verità personali che sono condivise a volte da altre persone. Il sentiero della mano sinistra è qualcosa di individuale e se all’inizio non riusciamo ad avere una visione completa delle cose, è solo una questione di tempo per attendere che il potere si risvegli in noi e la nostra coscienza si esapanda, potendo così avere una comunicazione fluida con l’Altro Lato, per poi ricevere quelle informazioni che saranno utili per il nostro progresso personale.

Ci puoi raccontare nel dettaglio le varie fasi della Creazione dei tuoi sigilli? Usi un metodo identico per ogni sigillo?

La prima cosa che posso dire è che nei miei rituali lavoro molto con le invocazioni, molto più che con le evocazioni, quindi le mie esperienze sono di solito molto visive. Di solito quando inizio con un nuovo progetto, o cerco un contatto con una divinità con cui non ho mai lavorato prima, inizio con qualcosa di semplice, di solito medito e mi apro a qualunque cosa venga dall’altra parte, che sarebbe il mio primo passo, se il Appare l’ispirazione inizio a scrivere un piccolo rituale di chiamata / invocazione che invita la divinità a fondersi con la mia coscienza. Una volta sviluppato un collegamento con l’entità chiamata, possono accadere due cose o ricevere un’immagine spontanea del simbolo, o se ciò non accade, di solito lo richiedo. Il passo successivo, dopo aver terminato con il rituale, di solito lo disegno su carta, e poi gli dò più forma con il computer, dove realizzo un’illustrazione digitale del simbolo. Di solito ci lavoro un po ‘su questo, almeno fino a quando non sono soddisfatto. Se tutto va bene, il passo successivo è attivare il simbolo, e questo è un processo rituale con la divinità stessa, che cambia da entità a entità.

Credi che ci possa essere una differenza fra chi crea sigilli per le invocazioni oppure per le evocazioni? Oppure non conta nulla nella creazione del sigillo?

A dire il vero, no, penso che un certo tipo di occultamento possa essere il punto focale. Il simbolo deve  innescare il giusto stato nella mente, ma la differenza tra invocare ed evocare, al di là della tecnica stessa, sta nelle capacità del mago, in ciò che sente è migliore e nell’obiettivo del rituale. Sì, è vero che si può lavorare con simboli diversi della stessa divinità e applicarli a cerimonie diverse, ma penso che questo appartien al gusto personale.

Ti ringrazio per la disponibilità, per finire ci aggiorni su tutti i tuoi libri tradotti in Italia?

Grazie per l’intervista e per l’interesse per il mio lavoro.
I miei libri che attualmente sono stati tradotti in italiano sono:
L’Albero delle Ombre (Vol 1, 2, 3),
Dee Empie del Dark Lato,
L’eredità di San Diablo,
Lilith: Le sue maschere, i rituali e le manifestazioni,
In Nomine Draconis: una guida all’autoiniziazione di Misteri Draconiani
e alcuni altri sono in fase di traduzione.
Grazie ancora e lo sarà fino alla prossima volta.

Se volete vedere le altre immagini dei sigilli di Daemon Barzai Partucci qui il link diretto nella sua pagina Facebook :
https://www.facebook.com/D.Barzai/media_set?set=a.936279996710527&type=3

Charles Pierre Baudelaire, il Dandy-Vampiro di Umberto Mori

” Il capolavoro di Satana, nell’era moderna e’ di non far credere nella sua esistenza.”(Baudelaire)

Colui, la cui produzione poetico-letteraria, influenzo’ non poco i cosiddetti “poeti maledetti”, nacque in quel di Parigi il 9 di aprile del 1821, da Joseph Francois Baudelaire e da Caroline Archimbaut Dufays, sposata in seconde nozze. Charles Pierre ebbe anche un fratellastro, tale Claude Alphonse Baudelaire. Nel 1827, il futuro poeta rimase orfano di padre, la madre cerco’ quindi di riversare tutto il suo affetto di vedova su quell’unico figlio, ma duro’ poco. Nel 1828, Caroline si risposo’ con Jacques Aupick, ufficiale dell’Esercito francese, uomo rigido, freddo ed integerrimo, il quale dimostro’ subito a Charles Pierre la sua ostilita’ facendo si che lo scrittore mai perdonera’ alla madre questa sorta di “tradimento”. Dopo un soggiorno a Lione, dove Jacques dovette trasferirsi nel 1833 per motivi di lavoro, i tre tornarono a Parigi nel 1836 e nel 1839, dopo alterne vicissitudini, Baudelaire riusci’ a conseguire il tanto agognato Baccalaureato presso il prestigioso Liceo Saint-Louis.

Segui’ un periodo di vita piuttosto “alla giornata”, frequento’ numerose prostitute, contrasse debiti e viaggio’ molto. Fu all’Isola di Bourbon e poi a quella di Maurice, facendo dopo breve tempo ritorno in patria. Va detto che, l’esperienza del viaggio, stimolo’ non poco nel poeta la tendenza all’esotismo, tendenza piuttosto presente in tutta la sua opera poetica. Nel frattempo un cospicuo lascito ereditario, gli consenti’, per un certo periodo di tempo, di vivere agiatamente, affermandosi come giornalista e critico d’arte intrecciando nel contempo una relazione con Jeanne Duval.

Questa fu un’attrice e danzatrice teatrale di origine haitiana, la quale in seguito alla turbolenta relazione con Baudelaire, venne abbandonata e ripudiata dalla sua famiglia. Dal 1843, Charles Pierre visse come un autentico Dandy, era infatti rinomato per la sua ricercata eleganza nel vestire ed anche per le sue spese folli, al di sopra delle sue effettive possibilita’ economiche. In seguito entro’ a far parte dell’esclusivo e particolare Club des Hashischins, cenacolo di artisti ed intellettuali dediti all’esplorazione della psiche umana e delle allucinazioni attraverso l’assunzione di varie droghe, tra queste l’hashish. In questo club erano presenti anche: Moreau, Gautier, Balzac, Delacroix e Dumas padre.

In seguito Baudelaire, scrivera’ alcune opere-trattati in cui disquisisce di cio’, nel 1857 e nel 1860, i cosiddetti “Paradisi artificiali”. Nel 1866, venne colpito da un ictus e rimase paralizzato sul lato destro del corpo, reagi’ cercando sollievo nell’alcool e negli allucinogeni vari di cui era a conoscenza, il laudano ad esempio, ma mori’ purtroppo di li’ ad un anno il 31 di agosto 1867 a 46 anni. Fu il primo europeo a tradurre in francese alcune opere letterarie di Edgar Allan Poe, ad esempio il di questi romanzo “Le avventure di Arthur Gordon Pym”.

Charles Pierre Baudelaire, ha da sempre affascinato il vasto pubblico europeo per la sua vita bohemien, viziosa, dandistica, da Flaneur e da Esteta, che fa uso sovente di allucinogeni vari per elevare il suo squisito afflato poetico. Non e’ inoltre lungi da lui, la figura del Vampiro, tutt’altro, anche perche’ nella sua opera poetica piu’ famosa “Les Fleurs du Mal”, pubblicata in due edizioni, ne tratta in due poesie. “Les Fleurs du Mal”, silloge poetica suddivisa in varie sezioni, riflette superbamente l’ideale di Bellezza che possiede il poeta, ossia il Male al pari del Bene, ha un proprio peculiare fascino estrinsecato attraverso i “Fiori”.

Nella prima sezione della silloge, intitolata ” Spleen et Ideal”, sono presenti 2 poesie intitolate ” Il vampiro”. Trattasi praticamente di uno sfogo letterario, di una rivolta poetica, veemente e determinata dell’autore contro Jeanne Duval, la sua partner con la quale convisse per un po’ di tempo, tra litigi, rotture e riappacificazioni, tutte mai comunque definitive. In esse Baudelaire, coniuga sostanzialmente il tema del Vampiro a quello della schiavitu’ muliebre della quale egli e’ vittima consenziente, facendo contemporaneamente emergere la propria impossibilita’ di sottrarsi a questo “patto” infernale, indissolubile e destinato a durare anche oltre la morte. In ambedue le poesie inoltre, egli associa chiaramente l’ardore, l’amarezza, la tristezza e la melanconia al volto della Donna, arrivando ad affermare che e’ la gioia uno degli aspetti piu’ triviali e volgari presenti sul volto della Donna, non altri.

Va detto che, declamare in pubblico le Poesie di Baudelaire, non e’ cosa semplice, in quanto costituite da agglomerati verbali assai articolati e complessi. In esse sono presenti numerose successioni di parole colme di consonanti(le quali rapportate alla Musica, rappresentano rumori)ed anche parole con vocali(che rapportate alla Musica, rappresentano suoni). Quindi, possiamo dire che dal punto di vista acustico, la poesia baudeleriana, vibra piu’ di rumori che non di suoni. Chissa’, forse i “rumori” dell’Inferno. Umberto Mori